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Wu Cheng-en (1500 circa - 1582) fu tutore nella casa di un principe Jing e autore di versi mediocri. È caduto a proposito per dare un padre putativo al libro, che in realtà appartiene al novero delle opere anonime. Un catalogo seicentesco registra un Viaggio in occidente di Wu Cheng'en, classificandolo come opera geografica: dovrebbe trattarsi di tutt'altro libro, per quanto fantasiosa fosse la geografia cinese. La ragnatela d'illazioni che supporta l'attribuzione è esile, per quanto sostenuta (1924) dall'insigne studioso Hu Shi. D'altronde supporre che il libro appartenga proprio a Wu Cheng'en, autore per altri versi minuscolo e sbiadito, non dà molto aiuto.
In attesa di future scoperte più consistenti, restano i fatti.
Il libro è il punto d'arrivo dell'elaborazione leggendaria intorno al viaggio compiuto fra il 629 e il 645 dal monaco Xuanzang, detto Tripitaka, per recarsi dalla Cina all'India a raccogliere sutra buddisti. In effetti Tripitaka riportò in patria e tradusse una porzione considerevole dell'attuale canone buddista, e del resto non mancò di tradurre Laozi dal cinese in sanscrito. Inoltre il monaco ci ha lasciato una bella relazione del suo viaggio lungo la perigliosa Via della Seta, punteggiata dagli scheletri di uomini e animali da soma che vi perivano. Ancora all'inizio del ventesimo secolo, al tempo delle prime esplorazioni dei luoghi e razzie di reperti, questo resoconto risultava sufficientemente circostanziato darenderlo parte obbligata del bagaglio bibliografico degli archeologi europei.
Sir Aurel Stein, mandatario del British Museum e del governo anglo-indiano - quando seppe che Wang, il custode di un tempio buddista di Tunhuang, punto di partenza cinese della Via della Seta, aveva scoperto una grotta contenente cinque metri cubi di antichissimi rotoli buddisti - per elaborare una strategia d'attacco all'ingenuo monaco non trovò di meglio che vantare la comune devozione a Tripitaka. «Un lampo di vivido interesse apparve negli occhi del monaco. Fu subito chiaro che entrambi tenevano Xuanzang in uguale venerazione, anche se ne avevano un concetto abissalmente diverso, poiché Wang vedeva in lui una specie di Münchhausen con l'aureola» (citiamo da Peter Hopkirk, Diavoli stranieri sulla Via della Seta, Adelphi, 2006).
I primi rotoli presi in esame risultarono essere appunto versioni dei sutra fatte da Tripitaka; ciò consentì a Stein di insinuare che Wang avrebbe «acquistato merito spirituale permettendomi di restituire all'antica casa del buddhismo, l'India, alcuni degli antichi manoscritti che la sorte aveva affidato alla sua custodia». Alla fine Wang acconsentì addirittura che «alcune categorie di manoscritti fossero contrassegnate per il trasferimento a un tempio dello studio di Ta-Ying-Kuo (l'Inghilterra), in cambio di una sostanziosa donazione al suo tempio» (comunque non superiore a centotrenta sterline).
Ma già prima del 1000 (e quindi dei rotoli di Tunhuang) circolavano leggende e cantafavole che facevano della spedizione di Xuanzang un'avventura fantastica. L'autore del Viaggio in Occidente si tiene alla larga dalla relazione autentica e raccoglie ogni fola. Vi aggiunge tutti i miti correnti nel paese, miti indiani (numerosi i contatti col Rāmāyana) fortemente sinizzati, frottole di cantastorie, aneddoti popolari, detti e proverbi in quantità. Non basta: vi aggiunge parecchie invenzioni di tasca sua.
Come può accadere, l'immaginario cinese avrebbe poi miscelato fiabe e realtà. Nessuna persona colta avrebbe confuso il vero Xuanzang con il personaggio del romanzo. Ma l'ingenuo Wang, fiero dei grossolani restauri che stava conducendo nel tempio di Tunhuang, mostrò a Stein pitture che aveva commissionato a un artista locale «tratte dalle scene leggendarie della vita del santo pellegrino», ovvero dal Viaggio in Occidente. Peraltro il libro non è una collezione di materiali, ma è l'opera di una personalità spiccata, comunque si chiami (poniamo pure Wu Cheng'en). Un uomo che l'ha fuso in un insieme coerente, vi ha sfogato i propri umori, ha dato il volo alla propria fantasia.
L'edizione a stampa del libro (Rizzoli 1998) è ridotta a poco più del 60%. Questa digitale è la prima edizione integrale di un grande romanzo classico cinese che sia mai stata pubblicata in Italia.
Note biografiche a cura di Serafino Balduzzi.
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